Il Romanzo del Vino - Presentazione

IL PRIMO BICCHIERE
L’impiegato dell’hotel La Perla sbuffò per il caldo afoso di luglio. Insopportabile. Sentì un rumore lungo la scala e si girò svogliato. Eccone un altro. L’americano scese lentamente, gli consegnò la chiave della 205 e gli si parò davanti. Era un ragazzo, poco più di vent’anni. Convinto che il mestiere imponesse precauzioni si spinse ad osservarlo. Siccome non spettava a lui placare le fantasie degli ospiti distratti e curiosi, ripeteva senza slancio quello che volevano sentirsi dire. Lo inquadrò subito, un altro che non sa niente di tori, di corride, di sangue e di vino. Un altro imbecille attirato lì dal furore popolare che ogni anno accende Pamplona, per assistere allo spettacolo della grande tradizione . Non li sopportava e ripeteva le solite parole, avvolgendoli in una bolla d’aria dove fiorivano paure, sogni, avidità. Prese la chiave, sospirò annunciando lo scenario. Per la feria di San Firmin giri a sinistra, fa cento metri e prosegue diritto, lì incomincerà a incontrare gente ma attento, lei non conosce i tori, l’impeto della loro corsa, la pazzia popolare che trasforma questa festa in un rito insieme sacro e pagano, di vita e di morte..insomma può essere anche pericoloso. Era quello che ’sti coglioni volevano sentirsi dire, e lui lo diceva. Rincarò la dose: attento, mi raccomando, in quella furia c’è gente che ci muore, che finisce calpestata, che non capisce più cosa accade. Attento ai tori, attento alla calca, attento al vino…Lo doveva sempre ripetere, ma l’altro se n’era già andato. E chi se ne frega, posso mica fare io la parte dei suoi genitori. L’americano non conosceva Pamplona, né la Spagna. Quel caldo giallo, quella parlata intensa, quelle ombre cupe e improvvise lo avevano piacevolmente stupito. Passò oltre le guglie di una grande chiesa, girò, gettò l’occhio in un cortile riempito di un silenzio surreale, rotto all’improvviso dal grido di un bambino che pareva morire e invece giocava, giocava..era solo un gioco. Continuò. Fu un attimo. Cominciarono a piovergli incontro uomini dai capelli neri e lucidi, scanzonati e abbronzati, e donne dalle gonne ampie, svolazzanti, che lasciavano intuire gambe sode e cosce profonde, ammiccanti. Si raddrizzò. Gli piaceva, gli piaceva quella Spagna chiassosa. Tirò diritto nel sole, al centro del rumore, della calca, al centro di tutto…Come se poi vi potesse essere un centro di qualcosa, in quella piccola città. Ma cosa mai era destinato ad accadere? Per ora non accadeva null’altro che il bianco e il rosso. Bianco, bianco come la calce sulle case, bianco come il sole neppure più giallo ma accecante, bianco come tutti i vestiti del popolo in festa, donne e uomini nel giorno del Signore e per festeggiare il Santo, turisti in bianco di pantaloni e magliette. Rosso, rosso come i gerani che inondano ogni balcone, rosso come i foulards al collo e alla vita di quel popolo in festa, umanità pronta a celebrare il rosso del vino e il rosso del sangue che presto avrebbero colorato di lucido rosso le strade. Il ragazzo fremette. Gli piaceva, Dio come gli piaceva tutto questo. L’americano capì che qualcosa stava per accadere. L’aria si era fatta tesa, elettrica, prendeva lo stomaco e la testa. Gli uomini, giovani e vecchi, muti o già urlanti si accalcavano lungo i marciapiedi, preparando il rito violento. Alcuni scattanti, virili, con gli sguardi orgogliosi verso la propria donna o sprezzante verso gli amici. Altri maturi, gonfi, vogliosi di rinnovata gioventù. Altri ancora ebbri di passione e di vino, vacillanti, malfermi sulle gambe chiamate a dimostrare la forza. Bianchi e rossi anche loro, puliti e sporchi, lieti e disperati, tutti insieme in attesa della Belva. E infine la belva arrivò. E anche lui, quando arrivò, si ritrovò lì in mezzo, in quel turbinìo di amore e di morte, di santità e di bestemmia, di profumo e di vomito. I tori correvano all’impazzata, spinti da urla di scherno e violenza. Simboli del potere animale umiliato e vilipeso prima di essere ucciso, occupavano tutta la strada inseguiti da uomini che li rincorrevano, scansavano, superavano, gettandosi ai loro fianchi con grida grottesche. E le donne, ancor più mostruose dei tori e degli uomini, deformate nel volto e nelle bocche che urlavano parole volgari, aggressive, abbandonate a un rito collettivo liberatorio e crudele…Non conosceva la loro lingua ma ne intuiva il senso profondo guardando quei fianchi che si agitavano, quelle mani che salivano al cielo, le labbra e gli occhi dilatati dalla voglia, dal piacere, dalla paura. Era estasiato. Travolto. Ubriaco di folla, di vita, di violenza, di amore. Si gettò su quel piccolo otre di cuoio che qualcuno gli offrì, bevette e ribevette, bevette ancora quel caldo sangue di vite che era un vino, mentre davanti ai suoi occhi in un turbinio di zoccoli, corna, gambe, urla già il primo sangue correva sulla strada, o forse il primo vino, o forse insieme il sangue e il vino… Era madido, madido di sudore ed ebbro quando arrivò alla plaza de toros. E ancora bevendo ammirò il Rito Giusto ed Antico. Morte, ai tori spettava la morte. Senza pietà. Ma rispettando la belva, il suo sangue, il suo vino. Fu trascinato infine fuori, sospinto dalla folla che già tornava ad invadere le piccole vie del borgo. Vagò per trattorie, locali, botteghe. Mangiò con le mani, afferrò carni e verdure, bevve e ribevve. Ballò, ballò fino all’alba e poi fu preso dalla furia. Doveva. Ora doveva, doveva. Doveva lasciare qualcosa di quella Fiesta. E scrisse: "...ad un tratto gente cominciò a venir giù per la strada. Correvano vicini. Passarono e sparirono verso l'arena, poi dietro di loro altri uomini corsero più veloci, poi vennero pochi isolani che davvero correvano. Dietro di loro c'era un piccolo spazio libero, poi i tori venivano al galoppo e roteando le corna. Il tutto scomparve alla vista dietro l'angolo. Un uomo cadde e si tirò da parte, rimase immobile disteso. Ma i tori passarono oltre e non badarono a lui. Tutti uniti correvano." Ora, solo ora era davvero stremato. Raccolse le mani, le ossa, i fogli di carta. Non seppe neanche come gli si parò di fronte l’hotel La Perla. Chiese la 205, salì, vomitò. Poi prese sonno. Quando scese era perfetto, impeccabile nella camicia azzurro cielo, e sorrise. Il conto, por favor. L’impiegato sbuffò, prese nota della stanza, aprì il registro dei clienti. Il tuo nome, ragazzo? Hemingway. Ernest Hemingway.